Dietro la violenza, l'ombra della grande sfida per questo e il prossimo secolo: chi si spartirà le risorse (rimanenti) del pianeta?
di Michele Genchi
Partiamo da lontano: esattamente da settembre 2025. L’assassinio di Charlie Kirk, fondatore di Turning Point USA (TPUSA), è stato descritto da molti commentatori come il catalizzatore di una nuova e violenta fase di disgregazione negli Stati Uniti. Il Paese, già diviso, appare ora frammentato e polarizzato, con una violenza politica in rapida espansione che include l’omicidio di Melissa Hortman e del marito, oltre ai tentativi di assassinio contro lo stesso Donald Trump fino alle cronache terribili delle recenti settimane in Minnesota. A questa violenza dal basso si assiste alla minaccia di una repressione statale sistematica contro individui e gruppi accusati dalla destra di alimentare l’odio che ha portato alla morte di Kirk.
Donald Trump ha puntato il dito contro la “sinistra radicale”, ritenendola direttamente responsabile di atti di terrorismo. Il giorno dopo i funerali di Kirk, il presidente ha immediatamente promesso una risposta durissima, mirata a colpire non solo gli esecutori materiali delle violenze, ma anche le organizzazioni finanziatrici e chiunque critichi le forze dell’ordine o la magistratura. Il che suggerisce che questa retorica abbia innescato l’uso dell’intero apparato federale per colpire oppositori politici, i media, le università e i gruppi di advocacy. Dall’altra, assistiamo in diretta TV ogni giorno alla misura con cui l’ICE, il suo esercito personale, spadroneggia sulle strade. Tanto inquietante quanto la reiterata prospettiva di dare “via libera” a gruppi paramilitari di estrema destra per colpire minoranze (musulmani, comunità LGBTQ, persone di colore) e movimenti di sinistra.
Recentemente, L’Observer ha approfondito la questione con Max Blumenthal, direttore di Grayzone, il cui titolo già annuncia l’analisi del “patto faustiano” di Kirk, e chiarisce il perimetro della vicenda. L’intervista aggiunge una dimensione complessa alla figura di Charlie Kirk che va oltre la narrazione della stampa amica del tycoon più famoso del mondo, ora seduto nell’ufficio pubblico più importante del mondo. Blumenthal spiega come Kirk, fin dal 2015, sia stato al centro di una massiccia iniezione di fondi da parte della lobby israeliana attraverso il David Horowitz Freedom Center. Questo sostegno economico avrebbe trasformato il TPUSA, organizzazione nata con l'obiettivo di sostenere e diffondere idee di stampo conservatore nelle scuole e nelle università degli Stati Uniti, in una sorta di “proprietà di Israele”, in cambio di un sostegno incondizionato alle politiche sioniste e alle radici “giudeo-cristiane” della politica del paese
Secondo Blumenthal, Charlie Kirk ha agito per anni come leader di un movimento conservatore “astroturf” (fintamente spontaneo ma finanziato dall’alto), utilizzato per promuovere linee estremiste su razza e immigrazione e per attaccare duramente il movimento BDS. Kirk è stato inoltre protagonista di operazioni di blacklist contro studenti e professori universitari, collaborando con entità come Canary Mission, oggi utilizzate dall’amministrazione Trump per individuare titolari di visti o green card da deportare. Il punto di svolta narrativo proposto da Blumenthal riguarda un recente e drastico cambiamento di Kirk.
Poco prima della sua morte, Kirk avrebbe rifiutato nuove offerte di finanziamento da parte del governo Netanyahu, mostrandosi “spaventato” dalle pressioni delle forze pro-Israele. Questo allontanamento dai suoi storici finanziatori aggiunge un ulteriore elemento di mistero e tensione politica al suo assassinio, suggerendo che le dinamiche dietro la sua morte potrebbero essere più stratificate di quanto la retorica ufficiale di Trump lasci intendere.
Molti analisti concordano sul fatto che dietro le narrazioni ideologiche con cui il caso Kirk sia stato derubricato velocemente a cronaca, ci sono le questioni sul piano politico ed economico che richiedono attenzione. Un'economia che si narra fortissima e che invece è indebolita non solo dal forte disavanzo commerciale e dal grande debito pubblico, ma anche dalla competizione di altre potenze. L’attenzione è concentrata specialmente sui dazi e sui nuovi equilibri internazionali che vanno delineando delle criticità di enorme portata. Complice la mancanza di linee guida della politica esterna, sta riducendo a una questione di accordi commerciali, così come piace chiamarli, all’amministrazione il ruolo che storicamente ha avuto il paese.
Il combinato disposto di questa crisi di idee produce effetti devastanti come le recenti “lotte al narcotraffico” in Venezuela o l’assalto alla Groenlandia, verosimili alla “denazificazione” putiniana in Ucraina, dietro la cui natura si nasconde una competizione spietata per le risorse strategiche del XXI secolo. L’economia sta ridisegnando questo “nuovo volto del colonialismo”, il che suggerisce che la questione Kirk sia stata sepolta con il suo corpo.
La dichiarazione recente del presidente Trump di rendere conto alla sua sola coscienza chiarisce in modo brutale la teoria del “solo Occidente” e fa impressione il brusco distacco dall’Europa, non solo matrice culturale della stessa nazione americana, ma anche alleata storica da sempre della cosiddetta Alleanza Atlantica. Certo, sono passati secoli da quando i padri fondatori dell’America intrattenevano un rapporto diretto con i grandi intellettuali e politici europei e forse da tempo gli americani coltivano un senso di superiorità verso il vecchio continente.
Il caso Venezuela: petrolio sotto il velo della giustizia
L’arresto di Nicolás Maduro - certamente un dittatore spietato - all’inizio dell’anno (2026), pur giustificato ufficialmente da accuse di narco-terrorismo, è stato interpretato da molti osservatori e governi (tra cui Cina e Francia) come una violazione della sovranità mirata al controllo energetico. Il Venezuela detiene circa il 17% delle riserve mondiali di petrolio. Trump ha esplicitamente accusato Caracas di usare il greggio per finanziare il terrorismo, giustificando così un blocco navale e un intervento che molti definiscono un’“estorsione” per impadronirsi delle risorse. La dichiarazione di intenti è tutta racchiusa nell’autodichiarazione di “conduttore” ad interim della nazione sudamericana.
Il caso Ucraina: la guerra dei “minerali”
Sebbene Putin usi argomenti storici e identitari, il sottosuolo ucraino rappresenta un bottino economico da trilioni di dollari che la Russia non vuole lasciare all’orbita occidentale. Un vero tesoro strategico. Prima dell’invasione, l’Ucraina ospitava depositi di 117 dei 120 metalli e minerali più usati al mondo. Il valore totale delle sue riserve è stimato tra i 10 e i 26 trilioni di dollari. Non è un caso che il 70% delle risorse minerarie ucraine si trovi proprio nelle regioni occupate (Donetsk, Lugansk, Zaporizhzhia). Chi controlla il Donbass controlla enormi riserve di litio, titanio, uranio e grafite, essenziali per la transizione tecnologica e militare. L’obiettivo di Mosca è duplice: incamerare queste ricchezze per finanziare l’operazione militare (si stima che le risorse del Donbass rendano al Cremlino circa 7-8 miliardi di dollari al mese) e impedire che l’Europa utilizzi l’Ucraina come alternativa energetica alla Russia.
Il “Nuovo Colonialismo”: Trump, Putin e la logica della forza
La critica che si muove da più parti verso questi leader riflette una visione del mondo come un “piatto ricco” da spartirsi. Mentre Putin usa l’invasione territoriale classica, Trump utilizza lo strumento delle accuse penali internazionali e della pressione economica (“rabdomante di petrolio”, come definito da alcune testate) per ottenere risultati simili: l’accesso preferenziale alle risorse. Oggi il Venezuela, domani la Groenlandia, dopodomani l'Iran (anche non nello stesso ordine).
Entrambi sembrano considerare il diritto internazionale come un intralcio alla proiezione della forza economica nazionale. Questo crea un precedente pericoloso in cui la sovranità di un Paese è garantita solo finché il suo sottosuolo non diventa troppo appetibile per una superpotenza. In definitiva, stiamo assistendo a una militarizzazione dell’economia. Le guerre non si combattono più solo per i confini, ma per garantire il controllo delle catene di approvvigionamento di domani (batterie, chip e idrocarburi). La deriva della società americana è oggi percepita come il principale rischio globale, superando persino le tensioni con Cina o Russia in termini di potenziale destabilizzante.
La comunità internazionale osserva con crescente allarme quello che viene definito il “collasso dell’ordine basato sulle regole” a guida americana: l’Unpredictable Power. Gli alleati storici non vedono più negli USA un partner affidabile. Il disimpegno dalle agenzie globali e dai trattati (come quelli sul clima) ha trasformato la percezione degli USA da “garanti” a “attori predatori e destabilizzanti”.
La militarizzazione delle città americane e l’erosione delle istituzioni democratiche hanno drasticamente ridotto l’influenza culturale e diplomatica americana (soft power), lasciando spazio a modelli alternativi, come quello cinese.
Alcuni indici internazionali hanno già declassato gli Stati Uniti, definendoli ormai una “democrazia illiberale” o “mista”, paragonabile a contesti come quelli di Israele o del Messico piuttosto che alle democrazie occidentali tradizionali.
Dall’interno, la frattura non è più solo politica, ma istituzionale e geografica. Il caso del Minnesota è emblematico. Il governatore Tim Walz ha usato parole durissime, arrivando a definire la presenza di agenti federali come una vera e propria “occupazione” e invitando i cittadini a raccogliere prove contro di loro. Questo pone lo Stato in una posizione di monitoraggio ostile verso Washington, un cortocircuito che non si vedeva dai tempi della segregazione o, più cupamente, della Guerra Civile. La gente non sta più solo a guardare. Le manifestazioni “oceaniche” trovano riscontro nei dati: tra la fine del 2024 e la fine del 2025, la dimensione media delle proteste mensili è quadruplicata (da 172.000 a quasi 700.000 partecipanti).
Finisco. Gli americani vivono in “silos” informativi e sociali separati. Circa il 72% della popolazione giudica negativamente l’economia e la fiducia nelle istituzioni è ai minimi storici, alimentando un clima di “militarizzazione del quotidiano” dove ogni cittadino è percepito come un potenziale nemico. Sebbene molti analisti ritengano ancora improbabile una guerra civile “classica” (con eserciti schierati e tentativi di secessione), si parla apertamente di una guerra ibrida interna.
La minaccia di Trump di invocare l’Insurrection Act per inviare truppe regolari contro le città “ribelli” governate dai Democratici è il punto di massima tensione. Il timore è che non si arrivi a uno scontro campale, ma a un’escalation di violenza politica diffusa, di attentati e di scontri tra milizie di quartiere e forze federali, rendendo il Paese ingovernabile.
La società americana sembra aver perso il “collante” dei valori condivisi. Quello che una volta era un dibattito politico si è trasformato in uno scontro esistenziale su cosa significhi essere “americani”, con entrambe le parti che percepiscono l’altra come una minaccia mortale alla propria sopravvivenza.
©Michele Genchi, BookAvenue, 2026-01-18
