Il recente riconoscimento dello Stato palestinese da parte di Gran Bretagna, Francia, Australia e Canada è un gesto che va osservato con attenzione. Perché ora e non negli anni ’90? Appare tardivo e funzionale più agli interessi politici interni che a quelli dei palestinesi. Se così fosse, si tratterebbe di una mossa cinica, paragonabile alla “trappola” delle promesse di pace mai mantenute negli ultimi trent’anni.
Negli anni ’90, con gli Accordi di Oslo, sembrava aprirsi la strada a uno Stato palestinese. Yasser Arafat guidava la nuova Autorità Palestinese con l’idea che Israele avrebbe gradualmente ritirato le proprie truppe da Gaza, Cisgiordania e Gerusalemme Est. Tuttavia, già all’epoca i limiti erano evidenti: su pressione di Israele, i documenti non contenevano alcun riferimento esplicito a uno Stato sovrano, e il processo era volutamente ambiguo. L’allora premier israeliano Yitzhak Rabin parlava infatti non di “Stato”, ma di una “entità meno di uno Stato”, cioè una struttura amministrativa palestinese dipendente militarmente ed economicamente da Israele.
Dopo l’assassinio di Rabin, la breve parentesi di Peres consegnò la sedia a Benjamin Netanyahu prese il potere con un chiaro mandato: smantellare il processo di Oslo. Egli non solo rifiutò i ritiri territoriali previsti, ma intensificò la colonizzazione dei territori occupati. Col tempo, ammise apertamente di aver sabotato gli accordi reinterpretandoli a proprio favore, classificando vaste zone come “aree di sicurezza” per impedire ai palestinesi di esercitare controllo territoriale. A suo dire, ciò fu possibile grazie alla malleabilità degli Stati Uniti, “facili da manovrare”.
La progressiva erosione di Oslo fu accompagnata da vari tentativi falliti o manipolati di rilanciare il “processo di pace”: i colloqui di Camp David del 2000 sotto Bill Clinton, la “Road Map for Peace” di George W. Bush resa impraticabile dalle 14 precondizioni israeliane accettate da Washington, il tentativo di Barack Obama di fermare gli insediamenti israeliani – subito fallito per il rifiuto di Israele – e infine il cosiddetto “Accordo del Secolo” di Donald Trump, che in realtà legalizza l’annessione della Cisgiordania e propone addirittura il trasferimento dei palestinesi di Gaza nel Sinai e in altri luoghi del continente africano, per fare della Striscia una riviera per ricchi.
Questi decenni di promesse mancate non portarono alla pace, bensì a una crescente frustrazione palestinese e al rafforzamento della resistenza. Il culmine, si sa, è arrivato con l’attacco di Hamas del 7 ottobre 2023, cui Israele ha risposto con una campagna che non può che essere definita genocida: bombardamenti massicci, distruzione di Gaza, migliaia di vittime civili e politiche di “pulizia etnica”. Diciamolo senza infingimenti: l’amministrazione democratica di Joe Biden si è schierata subito a fianco di Israele, fornendo armi e copertura diplomatica. Parallelamente, Israele ha accelerato l’annessione de facto della Cisgiordania replicando quello storico colonialismo insediativo che ha espulso i palestinesi dalle loro terre e case. Trump non piace al mondo, ma l’appoggio a Israele è una questione di lobbying che non guarda tanto per il sottile di chi occupa lo studio ovale.
Quello che francamente disturba in questo contesto è l’annuncio recente di Keir Starmer nel Regno Unito. Il riconoscimento di uno Stato palestinese arriva quando ormai i territori sono stati quasi del tutto erosi, Gaza distrutta e la Cisgiordania frammentata. Per questo è un gesto a costo zero, privo di conseguenze concrete. Inoltre, Starmer e altri hanno posto condizioni che svuotano ulteriormente il significato del riconoscimento: esclusione di Hamas dal governo, divieto di un esercito palestinese, richiesta di nuove elezioni controllate da Israele, revisione dei programmi scolastici palestinesi per cancellare ogni forma di nazionalismo. Lo “Stato” immaginato è quindi una replica dell’“entità dipendente” già descritta da Rabin ma a proporla è l’occidente.
Questo riconoscimento ha una funzione politica più che reale. Da un lato, serve a ingannare le opinioni pubbliche occidentali, dando l’impressione che i governi stiano finalmente “facendo qualcosa” per i palestinesi. Dall’altro, mira a fornire un alibi giuridico in vista delle decisioni della Corte Internazionale di Giustizia. Infatti, molti Stati occidentali – a differenza degli Stati Uniti – hanno ratificato la Convenzione contro il genocidio e sono soggetti alla giurisdizione della Corte penale internazionale. Temono quindi di essere accusati di complicità nei crimini israeliani, soprattutto dopo la sentenza dell’Aja che ha dichiarato illegale l’occupazione dei territori palestinesi e ha imposto il ritiro di Israele. In questo scenario, il riconoscimento simbolico della Palestina viene usato come scudo, per poter dire: “Noi ci siamo opposti, noi abbiamo agito”, anche se in realtà continuano a sostenere Israele con armi, commercio e diplomazia. Ed è paradossale che le navi piene di armi possano tranquillamente ormeggiare nei porti israeliani, mentre la Sumud Flotilla che trasporta viveri per una popolazione all’estremo, sia considerata terrorista dal governo di Netanyahu.
La prova della complicità occidentale è evidente: gli stessi leader che riconoscono simbolicamente la Palestina continuano a ricevere calorosamente i rappresentanti israeliani, a fornire armi, a ignorare gli attacchi israeliani alle missioni umanitarie, a non organizzare corridoi sicuri per portare aiuti a Gaza. Se davvero volessero favorire uno Stato palestinese, imporrebbero sanzioni, isolerebbero Israele diplomaticamente, confermerebbero i mandati di arresto della Corte penale internazionale, interromperebbero i privilegi economici, come è stato fatto contro la Russia dopo l’invasione dell’Ucraina. Nulla di tutto questo è stato fatto.
Un avvertimento: il riconoscimento della Palestina non deve essere preso come un segnale di cambiamento, perché non ridurrà la complicità occidentale nei crimini di Israele. Al contrario, rischia di funzionare come Oslo, cioè come un paravento dietro il quale Israele potrà intensificare la sua oppressione con la benedizione degli alleati. Anzi, già dopo questi riconoscimenti Israele ha chiuso il principale valico dalla Giordania, aggravando l’isolamento dei palestinesi.
Finisco. Figure come Starmer, e altri leader occidentali condividono responsabilità dirette nei crimini commessi oggi a Gaza. In un mondo governato dal diritto internazionale, sarebbero a rispondere davanti a un tribunale, e non ci si dovrebbe lasciare ingannare dalle loro attuali manovre politiche, che servono solo a lavarli dalle colpe, anche storiche, accumulate.
Fonti:
Netanyahu speaks in private to settlers about his agenda and view of Americans. Il video su YT delle dichiarazioni di Netanyahu del 2001.
James Cook, independent journalist: Recognition of Palestine is a repeat of the West’s Oslo 'peace' fraude
A proposito del colonialismo insediativo di Israele, si veda il mio articolo: L’olocausto come strumento politico. https://mgenchi.substack.com/publish/posts/detail/173651023?referrer=%2Fpublish%2Fhome
e
Luigi Cazzato, Palestina fra Oriente e Occidente. Anglosfera, ferite coloniali, re-esistenza decoloniale. Meltemi editore
